Kaki King@Circolo degli Artisti, Roma

22.07.10 - posted by Uno dei Tanti Share

Il 17 luglio viene annunciato come il giorno più caldo di questa torrida estate 2010. Roma brucia anche senza Nerone, si toccano punte di 42,5 gradi e in molti aspettano la sera per cercare ristoro nella frescura di qualche spazio all’aperto, tra ville e giardini, lunghitevere agghindati come sagre paesane, feste dell’unità e cinema en plein air. Ma io, in barba alla calura e a rischio collasso, per nulla al mondo avrei rinunciato a rinchiudermi nell’asfissiante Circolo degli Artisti, caldo anche d’inverno e rovente d’estate, in attesa di vedere comparire sul palco la divina Kaki.

Sono sconcertato dal numero di spettatori, circa 25 fino alle 22.35, e penso a come sia possibile un simile spreco d’arte. Sarà colpa della temperatura che avrà scoraggiato molti, sarà colpa del fatto che la musica buona fa una fatica terribile per farsi conoscere, sarà colpa del recente concerto che Kaki ha tenuto all’Auditorium di Roma solo lo scorso marzo, fatto sta che fino ad un minuto dall’inizio le teste presenti erano più da festa di compleanno casalinga che da concerto. Non appena Kaki saltella sul palco smetto di farmi tutte queste stupide domande e mi immergo nella magia. Per la prima volta riuscirò a vedere da un metro o poco più le sue mani agitarsi sulle corde, e non dallo schermo di un pc!


Il set è più leggero rispetto al tour di presentazione dell’ultimo album Junior, solo lei e il fido polistrumentista Dan Brantigan alle prese con uno strano oggetto musicale, l’EVI, una specie di tromba elettrica che nasconde un sintetizzatore e un controller MIDI, capace di tirare fuori suoni provenienti da altri mondi che riempiono la gamma sonora del concerto come se sul palco ci fossero altri 3 musicisti. Presumo che anche la scaletta sarà adeguata all’assenza della batteria, e infatti così sarà, con la quasi totale assenza dei pezzi dell’ultimo album, la cosa in verità non mi dispiace affatto.

L’inizio è un folgorante Bone Cahos in the Castle, dove Kaki da subito prova della sua magistrale capacità nel tapping, la tecnica di suonare le corde picchiettando sul manico della chitarra anziché percuotere le corde all’altezza della buca. Il suo stile è strabiliante, combina diverse tecniche, usa la chitarra come uno strumento a percussione, crea loop e da origine a suoni complessi che dimostrano come si sia strameritata la nomina di “Guitar of God” che Rolling Stones Magazine ha assegnato per la prima volta ad una donna, lei! Il concerto prosegue che è una bellezza, mi guardo intorno e osservo le facce rapite dei miei vicini (mi volto indietro e noto che nel frattempo siamo decisamente aumentati di numero); i fans di Kaki sono degli adoratori, glielo vedi stampato in viso che stanno godendo meravigliosamente. E non può essere diversamente quando ti trovi al cospetto di una simile creazione, Kaki con la sua musica costruisce sogni, con alcuni pezzi crea un’ atmosfera quasi cinematografica in cui i suoni evocano immagini luminose dai colori pastello, a volte si perde in improvvisazioni di un virtuosismo da capogiro. Mi appare evidente che la dimensione live del club le è più congeniale rispetto a quella della sala da concerto, con gli spettatori impossibilitati a colmare con l’affetto la distanza che li separa dal palco. Mi perdo la scaletta dei pezzi perché anche io sono in adorazione, so solo che tutto finisce con Communist Friends, dall'ultimo album, e con quel capolavoro che è Gay Sons of Lesbian Mothers, con Kaki completamente fradicia di sudore che smette di suonare solo perché è tardi e deve partire la serata dance. Poco più di un’ora di concerto è troppo poco, ma sono comunque immensamente riconoscente per quello che ho vissuto.

Come sempre alla fine dei suoi concerti, con la scusa di vendere qualche cd e qualche maglietta ( che vanno a ruba vista la grande impressione che il live ha suscitato in tutti), Kaki si offre ai suoi adepti firmando autografi, facendo foto, spesso con linguacce e facce buffe, scherzando, diventando quasi una di loro. Questo accresce ancora di più la bellezza dell’esperienza di un suo concerto: prima la vedi su un palco fare delle cose mostruose con una chitarra in mano, tanto che pensi sia di un altro mondo, magari sai anche che ha suonato davanti a 25000 spettatori insieme a Dave Grohl, o che ha partecipato insieme a Eddie Vedder alla colonna sonora di uno dei più bei film degli ultimi anni, Into the Wild di Sean Penn, e subito dopo te la ritrovi umanizzata di fianco a te che si apre una birra e ti fa un sorriso e/o una linguaccia. O forse è proprio per questo che Kaki è di un altro mondo? 

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