Jònsi@Cavea Aduditorium Parco della Musica, Roma

29.07.10 - posted by Uno dei Tanti Share

Quando sul finire del 2009 mi sono accorto che Jònsi Birgisson stava lavorando al suo primo album solista, dopo quello “alternativo” realizzato insieme al suo compagno col nome di Riceboy Sleeps, sono stato decisamente contento. Il primo singolo che annunciava l’album, Boy Lilikoi, lasciava presagire una nuova stuzzicante sorpresa da parte dell’islandese, e mi ha subito suscitato la curiosità di vedere il live di questa nuova produzione. Fortunatamente il tour è passato da Roma (la qual cosa non era per nulla scontata) all’interno della rassegna Luglio Suona Bene dell’Auditorium Parco della Musica.

Nei mesi scorsi era trapelata sul web la notizia di una nuova concezione di live a cui stava lavorando Jònsi col supporto di una agenzia specializzata in allestimenti dal vivo, e alcuni making-of hanno stuzzicato ancor di più la mia curiosità. Come prima cosa, ancora una volta, sono colpito dal fatto che la sala non sia completamente esaurita, anzi, ampi spazi vuoti mi suggeriscono che non tutti gli amanti dei Sigur Ros abbiano risposto a questa nuova chiamata o che addirittura non si siano accorti che Jònsi altri non è che il sontuoso vocalist della band islandese.

L’album Go Do contiene solo 9 tracce, mi aspetto quindi un concerto infarcito di pezzi inediti e di arrangiamenti ad hoc, e infatti si parte proprio con un inedito dalla melodia struggente che ricorda molto le atmosfere acustiche di Heima, il film di qualche anno fa dedicato ai live a sorpresa che i Sigur Ros hanno tenuto in patria dopo un lungo tour mondiale. È un riscaldamento utile ad immergere gli spettatori nelle atmosfere sospese tipiche delle musica proveniente dai ghiacci. Con il primo pezzo presente nell’album, Hengilas, cominciamo a renderci conto anche dello spettacolo di immagini che avviene alle spalle della band, animazioni digitali in retroproiezione che in effetti aggiungono fascino all’esibizione. Questo processo di svelamento del fascino giunge al suo culmine con Kolniður, che rapisce tutto il pubblico grazie all’animazione del lupo e del cervo che sullo schermo danno vita alla metafora della lotta per la sopravvivenza. Davvero notevole, il pubblico è senza fiato per la bellezza del complesso spettacolare. Nonostante il passaggio all’inglese di Jònsi, il suo falsetto etereo rende tutto incomprensibile, ma come per il suo passato artistico anche in questa nuova fase è evidente che la componente essenziale della sua musica non è la parola, o almeno non il significato semantico quanto piuttosto quello ritmico e melodioso. Ho avuto l’impressione che nel live non si possa apprezzare l’evidente e ottimo lavoro che ha fatto in studio Nico Muhly sugli arrangiamenti orchestrali, e del resto i pochi elementi della band non possono ricreare live gli arrangiamenti del disco.

La prima parte del concerto ci avvolge in una dimensione piuttosto intima, in atmosfere sognanti che prendono poi il volo con la successione dei pezzi più gioiosi e pop del disco, Go Do, Boy Lilikoi , Animal Arithmetic, sostenuti da una ritmica incalzante che già si era annunciata nei primi pezzi dell’ultimo album dei Sigur Ros Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust. Indubbiamente siamo di fronte ad uno spettacolo buono, a tratti emozionante, che in alcuni passaggi non può non richiamare l’eredità del precedente lavoro coi Sigur Ros, ma che non riesce a raggiungere, e sarebbe pressoché impossibile, le vette inarrivabili di  Agaetis Byrjun, Svefn-g-englar,  dei pezzi di  ( ), di Glosòli e Hoppipolla,  il loro andamento di apertura verso territori davvero rinchiusi nell’anima, con crescendi strumentali capaci di portare l’ascoltatore dove non era mai stato prima, dentro sè stesso. Ci prova e ci si avvicina l’ultimo pezzo, Tornado, un discreto erede di quella capacità emotiva dei pezzi che ho citato, col quale lo stesso Jònsi si lascia andare a nervose improvvisazioni alla chitarra ( tra l’altro suonata pochissimo nel corso del concerto). Insomma, l’ultimo tour dei Sigur Ros  vedeva sul palco circa 16/18 persone tra band, una nutrita sezione di fiati, più gli archi delle Amiina: impossibile ricreare quello spettacolo in 4 o 5. Con questo, ripeto, non voglio dire che il live di Jònsi sia deludente, ma solo che è piuttosto lontano dall’ esperienza di un live dei Sigur Ros, e forse tutti quelli che non hanno riempito la Cavea dell’Auditorium l’avevano sospettato. Nonostante questo Jònsi resta un grande artista, e il suo concerto ancora una volta ne da una prova evidente.

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