Eravamo abituati a vederlo in vesti leggermente diverse, Vasco.
Ce lo ricordavamo da solo, chitarra e microfono in posti più o meno probabili della provincia emiliana, in estati torride, appena calato il sole, col pubblico seduto sul cemento ancora rovente.
E con ai piedi un bicchiere mezzo vuoto di qualcosa che solo a guardarlo era tanto amaro, di un amaro che lo sentivi in bocca anche tu.
E' sabato sera, adesso, suona in un grande club, certo non è la prima volta, ma questo posto è grande in tutti i sensi, ampio, tremendamente spazioso, e con tante storie alle spalle.
Vasco non è più solo, ci sono violino, un'altra chitarra e batteria.
C'è un non meglio identificato palazzo alle loro spalle, chiamiamola scenografia, e tanto fumo che che a momenti, pensi, è smog.
Una specie di gioco di specchi, se vogliamo: il concerto ricrea gli scenari di una inflazionata realtà post-industriale, post-moderna, post tutto senza essere mai stata niente, e non sono altro che stralci delle nostre città, che si fondono in un amalgama denso nel frantumato spazio immaginario e narrativo dei pezzi di Vasco.
E pezzi mi pare un termine particolarmente adatto per parlare di queste Canzoni da spiaggia Deturpata, citando il primo disco, che non perdono mai, e soprattutto live, quel gusto del frammento, quella sensazione come di ritagli, di rapide impressioni cucite tra loro da uno spesso filo emotivo che si dipana solo per aggrovigliarsi di nuovo, in nuove accumulazioni di immagini, citazioni, fotografie, ricordi.
Funzionava. Nel demo del 2007, nel primo album, ancora in Per ora noi la chiameremo felicità, e funziona anche adesso, dal vivo.
Le cose sono cambiate, i suoni scarni e graffianti si riempiono ma non sono certo ripuliti e dunque non perdono quell'autenticità che sembrava un tempo garantita dalla forumla minimale voce più chitarra.
Il concerto inizia con Cara Catastrofe, pezzo di punta del nuovo album, e inclusi un bis ed una seconda uscita, alterna estratti da quest'ultimo disco, tra cui Quando tornerai dall'estero, Fuochi Artificiali, Le Ragazze Kamikaze, a riarrangiamenti dal vecchio, diventati ormai una sorta di classici.
Ecco allora Stagnola, Piromani, una (ahimé) quasi declamata Lacrimogeni (qui, lo ammetto, sono di parte: vorrei poterla ascoltare ancora come qualche anno fa, sazia e disperata,), La gigantesca scritta Coop.
Come avevo previsto, tante le voci che fanno eco a La lotta armata al bar, e Per combattere l'acne, tante, presenti, coinvolte. Già, lo sono anche io.
C'è più sicurezza sul palco rispetto a qualche tempo fa, e l'impatto con una “vera band” è certamente diverso da quello del Vasco solista, per quanto ultimamente fosse sempre variamente accompagnato. Il contatto comunque si crea, si sente, e stavolta non farò di certo quella che era meglio il demo. Era diverso. E Vasco mancava dai tempi della Tempesta.
Due ospiti d'eccezione. La voce di Leo Ferré che interrompe il flusso rumoroso delle canzoni e recita La Solitudine, e l'esecuzione di Trafitto, pezzo dei CCCP.
Vasco legge il testo, lì per lì ci rimango anche un po' male da vecchia fedele alla linea.
Cazzate, sul palco l'avrei letta anche io, tifiamo rivolta.
Photo: Lenny Pellico
