La Route du Rock di St.Malo, in Bretagna, è giunto ormai alla sua ventesima edizione, confermandosi uno degli eventi più importanti della scena “festivaliera” Francese. Meno frequentato, ma altrettanto rispettato, dei fratelli maggiori Rock en Seine ed Eurockéennes di Belfort, questo festival ha sempre avuto una selezione di artisti ricercata e di altissimo valore, quest’anno compreso.
In questo primo giorno dell’edizione 2011, il palco principale vede due nomi di spicco, Aphex Twin e Mogwai, insieme ad altri artisti di sicuro interesse.
La prima a calcare il palco, intorno alle 19.00, è l’artista/giornalista Berlinese Anika Henderson, che presenta il proprio progetto in collaborazione con Geoff Barrow dei Portishead. Il progetto vede la rivisitazione di grandi pezzi classici, in chiave minimalista ed elettronica. L’esperimento riesce però solo a metà, visto che alcuni pezzi sono così de-costruiti da risultare, volutamente, irriconoscibili ma anche vuoti e senz’anima. Peccato perché l’idea è buona ed il (poco) pubblico sembra apprezzare vigorosamente.
I Sebadoh prendono celeremente il possesso del palco, e senza tanti fronzoli cominciano il loro live. Il cambio di ritmo e di sonorità è sconvolgente. Pionieri insieme a Pavement e Sonic Youth dell’ondata lo-fi americana, i Sebadoh si sono riuniti dopo anni di hiatus per celebrare la ristampa del loro seminale album Bakesale, risalente all’ormai lontano 1994.
Capitanati da Lou Barlow, celebre bassista dei Dinosaur Jr., i Sebadoh suonano duro, veloce e senza tanti fronzoli. Il loro genere, ormai ridotto a pochissimi interpreti, è tutt’ora di grande impatto. Un “power-trio” che funziona perché ricorda tempi e generi che non ci sono più, ma che purtroppo ha futuro solo nella mente di pochissimi intenditori che riescono ad apprezzarli ancora.
Salto gli Electrelane, perché vado a mangiare, nell’attesa dei Mogwai che, a giudicare dall’incredibile numero di persone con una maglietta della band scozzese, sono decisamente attesi. Un ragazzo francese mi si avvicina e mi chiede se sono qui solo per loro. Rispondo ovviamente di no. Lui mi risponde che li ha visti live 17 volte.
Io li vedo invece per la prima volta, carico di aspettative. E i Mogwai non mi hanno deluso. Non hanno deluso nessuno, perché raramente ricordo di aver visto un live così profondamente emotivo e coinvolgente. Dando ovviamente più spazio ai pezzi del loro recente Hardcore Will Never Die, But You Will, i Mogwai hanno letteralmente incantato la platea con le loro chitarre piene di riverbero, le loro atmosfere crude e malinconiche, e pezzi semplicemente strepitosi come I’m Jim Morrison, I’m Dead. Quanto è difficile coinvolgere il pubblico quando le tue canzoni non hanno testo? Lo credevo sinceramente impossibile, o quasi. I Mogwai meritano applausi, rispetto e tantissima ammirazione. Chiudere con Batcat poi, è un colpo bassissimo al cuore di tutti.
Mi fanno male le mani, da quanto li ho applauditi, e rimango un attimo intontito. E’ oltre mezzanotte e mancano ancora due gruppi.
Tocca ai canadesi Suuns prendere il palco dopo i Mogwai, ed il compito non è sicuramente facile. Dopo un concerto del genere, mantenere l’attenzione del pubblico è cosa a dir poco ardua, eppure i giovani, ed estremamente interessanti, Suuns sono riusciti a proporre un live vario e sicuramente vivace, forte di pezzi come Up Past The Nursery e Sweet Nothing. Il loro compito era “riscaldare” la folla dopo i Mogwai e prepararla per l’esplosivo Aphex Twin. Beh, l’hanno fatto alla grande.
Di Aphex Twin e del suo live c’è ben poco da dire. E’ un esperienza, mentale, sonora e visiva soprattutto, dove la musica si fonde con le immagini proiettate alle spalle di Richard David James. Non c’è un filo logico, non si riconoscono le canzoni ed è tutto un complicato gioco di suoni e di sintetizzatori.
Spettacolare, certo, ma poco coerente con lo spirito del festival.
Modestissimo ed inutile parere.
Photo credit: Alter1fo.com
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