La Route du Rock 2011 - Giorno 2

13.09.11 - posted by Cecco Share

Si è soliti dire Festival bagnato, Festival fortunato. No, il proverbio non diceva certamente così, in ogni caso il secondo giorno del Route du Rock è stato decisamente all’insegna della pioggia. Dodici ore di scrosci torrenziali hanno reso il terreno del festival un acquitrino fangoso, dimostrando che il "mud" non è un’esclusiva dei compari festival anglosassoni.
In questi casi si accetta il fatto che ci si bagnerà/sporcherà inevitabilmente, e si cerca di godersi lo stesso la serata, che in questo caso prevede band davvero interessanti. A partire dagli americani Low, eminenze grigie del low-core spirituale. Il tempo si sposa bene con le atmosfere lente, cadenzate e malinconiche del terzetto del Minnesota, che per quasi un’ora hanno accompagnato il folto pubblico sotto la pioggia incessante, proponendo in particolare i pezzi dal loro ultimo e acclamato lavoro in studio, “C’mon”. Per scrollarsi di dosso l’inevitabile depressione post-Low, i Cults sembrano la scelta migliore. Sommersi dall’hype e sulla bocca di tutti in questa estate 2011, in un festival come questo hanno sicuramente tutto da dimostrare.
La band, formata da Madeline Follin e Brian Oblivion, ha cominciato a far parlare di se qualche mese fa, con Go Outside, furbissimo e azzeccatissimo pezzo pop. Ora, con un album omonimo appena uscito, devono dimostrare il loro effettivo valore e si sono dimostrati la vera sorpresa del giorno: bravi, attivi, coinvolgenti e soprattutto capaci di rendere i brani del loro album ancora migliori. Madeline Follin fa ovviamente la differenza: una voce fantastica e un’ottima presenza sul palco che, su pezzi come You Know What I Mean e Abducted, rende i Cults praticamente irresistibili. Ne sentiremo parlare per un bel po’.
Si cambia decisamente genere e atmosfere quando sul palco salgono i fantastici Blonde Redhead. La band capitanata dall’eterea, e per certi versi inquietante, Kazu Makino ha proposto una breve ma intelligente scaletta comprendente molti brani da Penny Sparkle, album del 2010 ma (e c’era da aspettarselo) sono stati i pezzi da 23, seminale e splendido album del 2007, ad incendiare letteralmente la folla. Spring And By Summer Fall, cantata da Amedeo Pace è stata sicuramente uno dei punti più alti e indimenticabili dell’intero festival. Ormai i Blonde Redhead si sono stabiliti come uno dei più prolifici e qualitativi gruppi nel panorama alternativo.
Parlando di qualità, dopo gli applauditissimi Blonde Redhead, tocca ai The Kills. Alison Mosshart e Jamie Hince sono in giro da un bel po’ e la loro reputazione è ormai a livelli stellari. Con il loro ultimo album, Blood Pressures, hanno fatto un’ulteriore passo avanti nell’evoluzione del loro sound che, a dirla tutta, era già ben riconoscibile. Il loro live comincia in maniera devastante, con Future Starts Slow, brano introduttivo del loro ultimo album, che si dimostra un pezzo decisamente adatto ai live. La chitarra ultra-distorta di Jamie Hince risuona con vigore, mentre Alison Mosshart fa ciò che le riesce meglio: incantare. Energica, sensuale, a volte addirittura violenta; Alison Mosshart è un animale da palco, fatto e finito. C’è una chimica segreta tra questi due artisti, un legame invisibile che li rende quasi un’entità unica sul palco. U.R.A. Fever, DNA, Satellite e Fried Your Little Brains vengono eseguiti alla perfezione, investendo di energia il numerosissimo pubblico. La pioggia continua incessante, sono immerso nel fango fino all’ombelico, ma quando inizia Tape Song me ne dimentico completamente. I Kills dal vivo sono una bomba, provare per credere. Unica nota “negativa”? I loro concerti sono sempre troppo corti…chissenefrega.
La pioggia inizia a far sentire il proprio peso, soprattutto dopo un’ora di delirio collettivo con i Kills, ma manca ancora un gruppo all’appello.
E che gruppo, trattandosi dei newyorchesi Battles.
Con un album fresco di stampa, osannati dalla critica e caldamente attesi, i Battles hanno incendiato il palco. C’è qualcosa di mistico nella loro musica, una fusione di strani generi e deja-vù matematici che, molto sinceramente, non so spiegarmi. Canzoni di sette minuti senza ritornelli, suoni elettronici ripetuti all’infinito e tanto, tantissimo caos. Ecco come suona un concerto dei Battles, come un enorme vaso, pieno di componenti artistiche, musicali e sperimentali, agitato e shakerato per il diletto e il piacere di chi ascolta. Gloss Drop è un album incredibile, e suonato dal vivo lo è ancora di più.
Le note di Sundome mi accompagnano verso il campeggio. Sono stanco, fradicio ed intontito.
La festa cominciata dai Battles sembra spostarsi fra le tende. Tutti ridono, si divertono.
Cantano.
Fino all’alba.
Festival bagnato. Festival fortunato.


Photo credit: Alter1fo.com

Nuovo Commento