Yuck @ Rocket, Milano 7-11-2011

08.11.11 - posted by Cecco Share

Gli Yuck sono stati la mia band estiva. Molto di più dei Vaccines o di qualsiasi altro gruppo. Li ho ascoltati e riascoltati fino allo sfinimento dei timpani.
Mi piacciono, lo ammetto, perché assomigliano tanto a quei gruppi non tanto lontani nel tempo, ma che ci piace già considerare “vintage”, vedi Sonic Youth e Pavement. Insomma, fa figo mettersi la maglietta di Goo dei Sonic Youth, ma quanti di voi l’hanno veramente ascoltato?
Daniel Blumberg e Max Bloom, ex Cajun Dance Party, hanno preso i suoni e le strutture tipiche di queste band, e le hanno rese moderne, dando alla luce un album davvero sorprendente, ma soprattutto solido.
Sbarcano al Rocket di via Pezzotti, a Milano, per presentare un album che in realtà è già uscito da febbraio, ma che qui in Italia sembrano conoscere in pochi.
Meglio così mi viene da dire, sono sempre un po’ geloso dei gruppi che mi sembra di aver scoperto personalmente.
Gli Yuck cominciano il concerto con una canzone non inclusa nell’album, The Base of a Dream Is Empty. Daniel Blumberg, cantante e chitarra accompagnatrice, è un cazzo di sosia di Bob Dylan da giovane, cosa che rende ancora più strana la line-up della band, che vede alla batteria Jonny Rogoff, sosia bianco di ?uestLove dei The Roots e al basso Noodles dei Gorillaz in carne ed ossa, che però risponde al nome di Mariko Doi.
Iniziano a suonare e la voglia di scherzare mi passa, perché un muro di suono mi investe manco fosse un tornado: feedback a profusione, delay e distorsioni come se fosse Natale. Sto già godendo.
Holing Out, forse la canzone più veloce e “aggressiva” degli Yuck, è il secondo pezzo proposto dalla band anglosassone, che in successione suona anche la “fan-favourite” The Wall e la malinconica Shook Down, che con i suoi toni caldi riporta il pubblico all’ingenuo conforto dell’estate.
Da qui in poi il concerto prende una piega inaspettata; il mutismo di Blumberg e Bloom si trasforma, inspiegabilmente, in un flusso logorroico, e i pezzi prendono una forma più netta e decisa, a cominciare dall’acidissima Georgia, che mi ricorda J. Macis al suo meglio nei Dinosaur Jr.
Mi rendo conto come sia difficile suonare shoegaze o noise-rock ai tempi d’oggi, dove tutto è legato al ritornello orecchiabile e alle canzoni radio-friendly, ma gli Yuck ci riescono, mantenendo quel feeling Lo-fi che tanto piace e fa piacere.
Mentre Suicide Policeman mi accarezza le orecchie, aspetto con ansia Get Away che, dopo il b-side Milkshake, puntualmente arriva. Cosa dire di un pezzo così ben costruito ed eseguito? Per me è un pezzo spettacoloso e un serio candidato a singolo dell’anno, che ha nella coesione tra suoni e testo il suo punto di forza. Quando inizia il secondo verso e sento “Panoramic view, that’s one thing I won’t do”, so esattamente di cosa sta parlando. O almeno credo.
Cousin Corona e Operation fanno da preambolo al capitolo finale, uno di quelli che ricordi per gli anni a venire.
Rubber è la canzone conclusiva dell’album e anche qui viene proposta come chiusura, e mai come in questo caso la scelta è azzeccata.
Una canzone languida, ammiccante e scandalosamente “sporca”, quasi come le ragazze ubriache perse che nonostante tutto ti attirano, senza capirne il motivo.
Un crescendo di suono e di intensità porta Daniel Blumberg a suonarne un pezzo in mezzo al pubblico, che a questo punto si è lasciato completamente coinvolgere dalla band. 8 minuti di doppi sensi, distorsioni, lacrime e malizia. I concerti dovrebbero finire tutti con una canzone così.
In poco più di un'ora gli Yuck sono passati, nella mia testa, da un gruppo che mi piaceva parecchio ad un gruppo del quale non voglio più fare a meno. Ne sono convinto e non potete farmi cambiare idea.
"I can't get this feeling off my mind", giusto?



Setlist

- The Base of a Dream Is Empty
- Holing Out
- The Wall
- Shook Down
- Georgia
- Suicide Policeman
- Milkshake
- Get Away
- Cousin Corona
- Operation
- Rubber

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