Ci sono dei ricordi, dolorosi ed indelebili, che si appiccicano anche alle canzoni. Per un curioso scherzo del destino, ho avuto una storia importante che è stata segnata (nel bene e nel male) da un paio di canzoni. "Agosto" fu l'inizio, "La rosa dei 20" la fine. ll disco in questione si chiama, guarda un po', "In circolo", e anche se sono riuscito a sigillare certe immagini nei cassetti della memoria, quell'album resta a prendere polvere in archivio. Lo conservo come una reliquia, con tanto di autografi della band nel book.
Loro sono i Perturbazione, e chi non li conosce dovrebbe vergognarsi. Nell'Italia della "scena Rockit", le canzoni di questi piemontesi dovrebbero essere distribuite in tutte le scuole elementari, medie e superiori del paese.
"Del nostro tempo rubato" colpisce al cuore già dal titolo. I Perturbazione lo considerano il loro White Album, e in effetti potrebbe essere così. Di certo c'è questo: per lunghezza, tematiche e stratificazioni, è sicuramente il loro disco più complesso. Il più autobiografico, per certi aspetti.
Dopo anni di dischi formidabili e concerti memorabili, un album "doppio" segna un momento di svolta per i nostri. Qualche caduta di stile, in tutto questo ben di Dio, è più che fisiologica. Ma roba come "Istruzioni per l'uso" o l'epica "Cimiterotica" sono in pochi a saperla scrivere.
E poi c'è la title-track. A tal proposito: lo sapevate che il rock scava rughe sulla faccia? Tanto quanto il lavoro in catena di montaggio. Uno sguardo retrospettivo su di una vita consegnata al rock. "Questo è il tuo tempo isterico", cantano. C'è poco da fare: "Del nostro tempo rubato" è il racconto di un'epoca. Cento di questi dischi, ragazzi.
