Arctic Monkeys - Suck It And See

21.07.11 - posted by Cecco

Cover

C’erano una volta, nel 2006, quattro ragazzetti di Sheffield, che facevano sognare intere folle di adolescenti e, perché no, di adulti mai cresciuti, con canzonette rock incazzate che parlavano di serate in discoteca, di ragazzine ubriache ed impudenti e di papponi poco raccomandabili.
Cinque anni dopo quei ragazzetti sono (quasi) diventati degli uomini, lasciandosi alle spalle l’ingenuità dei vent’anni e della cittadina di provincia.
Smettiamola fin da subito di fare gli ipocriti, rimuginando e rimpiangendo i “primissimi” Arctic Monkeys; quelli di Dancing Shoes e di I Bet You Look Good On The Dancefloor. Le band mature cambiano, si evolvono e crescono, ma soprattutto è il loro sound ed il modo di suonare che subisce maggiormente le modifiche del tempo. Volevate veramente un altro Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not? O un altro Favourite Worst Nightmare?
Già Humbug aveva fatto gridare allo scandalo, risultando invece (personalissimo parere) il miglior disco prodotto dai pischelli di Sheffield. “Troppo seri”, “Troppo chiusi” e “Troppo lugubri”.
Stronzate.
Questa volta il problema qual è?
“Troppo pop”. “Troppo solari”. “Troppo americani”.
Altra vagonata di stronzate, perché questo è un buonissimo disco.
Accettiamo anche il fatto che oramai gli Arctic Monkeys siano ovunque. Sulle scatole di cereali, sulle riviste da teen in calore e rischiano addirittura di passare su RTL 102,5. Sono così popolari da poter suonare da headliner anche ad un festival di canti gregoriani in Vaticano.
Dirsi insoddisfatti da questo quarto album è legittimo, ma affermare che Suck It And See (si chiama proprio così, non fate i maliziosi) sia un brutto disco, è quantomeno fuori luogo.
Registrato nella calda California, e prodotto da James Ford, Suck It And See suona ovviamente come gli Arctic Monkeys che ben conosciamo, ma altrettanto ovviamente risente delle influenze differenti che l’America porta ad affrontare.
Fin dall’iniziale She’s Thunderstorms, si affronta un bel salto di atmosfera rispetto ad Humbug. Più caloroso, arioso e sicuramente più estivo, Suck It And See vede nei brani più spensierati il suo punto di forza. Brick By Brick e Reckless Serenade sono l’esempio di cosa voglia dire registrare in California. C’è una freschezza che ricorda molto il loro celeberrimo esordio, ovviamente affiancata da una produzione che fa sentire la propria mano su tutto il disco.
Non mancano episodi molto più movimentati e rumorosi, come il singolo Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair, All My Own Stunts e Library Pictures che ricordano il sound più “stoner” di Humbug, discostandosi però come sensazioni e testi, molto meno criptici.
La differenza principale di questo disco con i precedenti degli Arctic Monkeys è che Suck It And See è generalmente più lento e rilassato. Sono diverse le canzoni con un ritmo blando, ma non per questo Piledriver Waltz, Love Is A Laserquest e The Hellcat Spangled Shalalala sono brani meno validi all’interno di questo contesto.
Suck It And See non è il miglior disco degli Arctic Monkeys, ma sinceramente non credo sia stato pensato ed registrato per esserlo. E’ un buon album, differente per sound e per concezione dai precedenti. Anche Humbug non aveva convinto tutti al primo ascolto, eppure si è dimostrato il lavoro più completo ed apprezzato universalmente della band di Alex Turner.
Ah già, Alex Turner. Alla fine, il finissimo paroliere di Sheffield, dopo aver farcito le proprie canzoni di testi sulle ubriacature, su sogni che sembrano la realtà e su rapporti sessuali, è riuscito a scrivere un testo senza senso dove il ritornello è “Yeah, Yeah, Yeah”.
E sapete perché è un genio?
Perchè quando la suonerà dal vivo, la canterete a squarciagola.

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