Essere cantautori nel 2011. Chi può dirsi tale al giorno d’oggi? Cosa significa?
Io non lo so di certo, ma il primo personaggio che nella mia mente si accosta a “cantautore” è sicuramente il figlio di Philadelphia Kurt Vile.
Giunto già al suo quarto lavoro in studio, nonostante i soli trent’anni di età, Kurt Vile dimostra di essere ben più maturo di quanto reciti la sua sgualcita carta di identità. C’è chi lo accosta a Springsteen, chi al primo Dylan. Chi dice che sia un bidone e chi lo invoca come nuovo messia.
Personalmente penso sia troppo facile definire “cantautoriale” chi imbraccia una chitarra acustica e canta testi intimi e malinconici. E’ altrettanto troppo facile però cadere nel cliché che vede questo genere musicale fermo al 1965 e a Bob Dylan che canta Blowin’ In The Wind.
Quello che Kurt Vile mette nei suoi dischi è una incredibile intimità e confidenza, che si poggiano su ottime trame musicali e melodie a volte magnifiche.
Smoke Ring for My Halo, questo il titolo del suo ultimo album, comincia con un brano che porta il livello di attenzione e di coinvolgimento dell’ascoltatore subito su livelli altissimi. Arpeggi che si intrecciano, un leggero senso di spaesamento e la voce caratteristica di Vile, non particolarmente armoniosa ad essere onesti, che canta “There’s been but one true love, in my baby’s arms”. Baby’s Arms, questo il titolo del pezzo, è una chicca assoluta, forse una delle migliori canzoni in arrivo dagli Stati Uniti negli ultimi anni. Insomma, quando la ascolti capisci che è musica “Americana”; c’è il blues, non inteso solamente come genere ma come stato d’animo, c’è la polvere del deserto, c’è l’immaginario dell’hippie con i vestiti sgualciti. C’è davvero tutto.
L’album continua con Jesus Fever, altro ottimo pezzo, che sembra essere stato scritto appositamente per essere ascoltato durante un viaggio in macchina. Il ritmo e le sensazioni sono diverse da Baby’s Arms, ma il cambio di registro non stona, anzi, ne guadagna la curiosità di sentire come suonerà il pezzo successivo. E’ bello quando un disco riesce a mettere insieme così tante strade, spronando l’ascoltatore ad interessarsi davvero a ciò che sta ascoltando.
Ad esempio, rimanere letteralmente stupiti quando in Puppet To The Man, gran bel pezzo rock, Vile canta con lo stesso identico accento di Lou Reed. On Tour ci riporta on the road e con sonorità più Dylanesche.
Ci sono alcune divagazioni più oscure in questo disco, con un alone tipo Thurston Moore per intenderci, vedi Society Is My Friend, mentre Runner Ups, che ad essere sinceri mi ricorda tantissimo i melodici Morning Benders e Venice Beach, trasmette un senso di pericolo e trasgressione stranamente confortevole.
Il disco scorre veloce come la puntina su un vinile, senza intoppi, senza strattoni. Non si trascina mai, continua imperterrito il suo delirante e laconico viaggio verso la conclusione. La traccia che da il nome al disco, Smoke Ring for My Halo sembra scritta per una giornata di fine estate, quelle con i raggi di sole che si sforzano di prolungare la giornata, comunque destinata ad accorciarsi. Sembra una canzone improvvisata, tra quattro amici, una steel guitar, un portico e una spiga di grano in bocca. Mai più ovvio di così il riferimento. Mai più inevitabile di così il rimando.
L’album si conclude con Ghost Town. Ora gli amici con cui stava suonando se ne sono andati. La giornata è finita e la città è deserta e Kurt Vile parla di sé, di cosa pensa, di come sta. Non dovrebbe interessarci, eppure rimaniamo incantati ad ascoltarlo. I suoni della sua chitarra e della sua “Città Fantasma”.
Mi verrebbe voglia di definire questo album geniale, però calma.
Calma, perché le parole “genio” e “geniale” vengono usate nettamente a sproposito in campo musicale, quindi mi limito a dirvi che questo album è ottimo.
E nessuno dovrebbe privarsene.
