Tagliamo la testa al toro: Mike Patton è un genio, ma certe volte la critica esagera. Legittimo, per carità, per uno che con quella voce può fare tutto quello che vuole. Ma ecco, l'impressione è che in certe occasioni il giudizio venga affibbiato senza nemmeno ascoltare il disco.
Onde evitare fraintendimenti, sgombriamo il campo da un potenziale equivoco. Chi scrive è un grande fan del signor Patton. E non potrebbe essere altrimenti: stiamo parlando di una persona capace di rivoltare il rock come un calzino. Dai postumi dei Faith No More (che senza di lui, forse, oggi non sarebbero nell'olimpo di quelli che contano) agli omaggi del futurismo, passando per le avventure con i Melvins e gli azzeccatissimi Fantomas, Mike Patton non ha mai sbagliato un colpo.
Nemmeno quando decise di crearsi un'etichetta self-made per pubblicare materiale, per così dire, poco convenzionale (quando uscì il disco intitolato Maldoror il commento fu: "sembra Bugs Bunny inculato a ripetizione"; ma era un disco di avanguardia purissima).
Insomma, dopo una premesse infinita, tiriamo le fila dicendo che Mondo Cane è un disco poco incisivo. Patton omaggia la tradizione italiana, e si potrebbe elaborare una critica simile a quella che Mina ha fatto in merito allo spot della Regione Marche affidato all'italiano rimasticato di Dustin Hoffman. Nel senso: idea simpatica, voce enorme, curriculum indiscutibile (molto più di quello di Hoffman, per inciso), disco nel complesso trascurabile.
In realtà, Mondo Cane è un'idea che Patton si trascina da tempo. Sin da quando, qualche annetto fa, decise di portare la musica italiana sui palchi dei teatri europei. E fa un certo effetto, spulciando su youtube, vedere il nostro arringare il pubblico olandese cercando di spiegare chi è Gianni Morandi.
Un flash bolognese. Il coinquilino che torna da Modena, dopo aver visto Mike Patton a teatro. "Oh - mi disse - vedere le vecchie emiliane impellicciate tutte concentrate su Patton è stato davvero uno spettacolo". Chissà com'è, ma non mi riesce difficile immaginarlo. Però: c'era davvero bisogno di un disco del genere? La classe del bel Mike viene fuori ad intermittenza. In "Urlo negro" ci sono esercizi vocali da far invidia ad un tenore. Ma è poca cosa, in circa 40 minuti di musica. Un omaggio al classicismo italiano è più che legittimo, per carità. Ma siamo distanti anni luce dal capolavoro che tanti strombazzano.
